Bambini, bambine e smartwatch: per tenerli lontani dai social ma non totalmente "disconnessi" ma c'è chi dice no

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(La redazione di fem) Dec 25, 2025 · 3 mins read
Bambini, bambine e smartwatch: per tenerli lontani dai social ma non totalmente
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Sappiamo che bambine e bambini chiedono sempre più presto di avere uno smartphone. Sappiamo anche che è un problema: nei primi anni dell'infanzia si costruiscono relazioni, si impara a riconoscere voci e a distinguere espressioni facciali attraverso l'interazione e, lo schermo, soprattutto se usato come distrazione passiva, limita questo processo di crescita e sviluppo.

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Ora nel dibattito zigzagante tra sicurezza infantile e ossessione digitale (anche dei genitori), gli smartwatch per bambini e bambine potrebbero essere la proverbiale mezza mela: attraenti ma con un’anima non del tutto oscura. Anzi, leggendo editoriali da oltreoceano, sappiamo che alcuni genitori li presentano come la soluzione che salva la giornata, contro altri che invece li vedono come il primo passo verso un cordone ombelicale tecnologico che non si spezzerà mai.

bambini, bambine e smartwatch: soluzione o problema?

Partiamo da un dato: gli smartwatch, con GPS e funzioni di chiamata limitata, possono offrire tranquillità a chi accompagna bambini e bambine ai parchetti o in luoghi all'aperto e affollati. Permettono di inviare e ricevere messaggi e di sapere dov’è il piccolo, la piccola, nel tragitto casa scuola. I dispositivi in pratica offrono una sorta di connessione essenziale ma non invadente ed questo che convince  i genitori ad abbracciare il gadget: è come un telefonino senza essere un telefonino, senza app di social network o notifiche. 

Ma ovviamente c'è un "ma": la riflessione si fa complicata per un motivo che non è semplice paranoia, i rischi reali ci sono e non sono un optional tecnico. Le vulnerabilità della sicurezza, dalle comunicazioni non crittografate alle possibilità di essere ascoltati, ascoltate, di nascosto non sono leggende metropolitane ma fatti documentati. Alcuni modelli testati da ricercatori potevano essere manipolati da malintenzionati per localizzare, comunicare o persino ascoltare un bambino senza che i genitori lo sapessero.

A questo si aggiunge un’altra verità: la tecnologia non è un sostituto del tempo, della disciplina e della fiducia genitoriale. L’idea che avere un dispositivo connesso significhi sicurezza è un’illusione tecnologica perché può offrire dati in tempo reale, ma non garantisce che un bambino sappia gestire la frustrazione, il rischio o l’autonomia nel mondo reale.

Poi c’è il tema dell’effetto psicologico degli schermi: se l’orologio diventa il primo schermo nella vita di un bambino, non è difficile immaginare che possa ridurre le opportunità di crescita e sviluppo esattamente come farebbe uno smartphone. Il bambino, la bambina, impara presto che può contattare chi vuole con un tocco e dunque può perdere l’occasione di interagire con chi è fisicamente presente.

se non capiamo che la tecnologia è uno strumento

D'atro canto è legittimo e spesso pure utile usare questi strumenti in maniera mirata e controllata: con impostazioni parent-approved, limiti di contatto, e regole chiare su quando e come usarli (ammesso che vengano rispettate da bambini e bambine che insieme decidono di provare cose nuove). In questo senso lo smartwatch (ma a questo punto anche uno smartphone) può essere un ponte didattico, un modo per iniziare a insegnare ai piccoli che la tecnologia può servire a una funzione senza che domini l’esperienza quotidiana. 

Osannare gli smartwatch invece che per lo smartphone, o rifiutare qualsiasi dispositivo a priori è facile quando non si hanno bambine, bambini, che chiedono con insistenza di connettersi.