La Cerimonia di Chiusura delle Olimpiadi è il momento in cui un Paese si racconta al mondo e per Milano Cortina 2026, a guidarci dietro le quinte di questo racconto è niente meno che Stefania Opipari: la prima donna a firmare la regia di una cerimonia olimpica dopo quasi un secolo. Show Director per Filmmaster — sotto la presidenza di Alfredo Accatino — Opipari ci apre in anteprima le porte di Beauty in Action, uno spettacolo che fonde bellezza, tecnologia ed emozione in una visione inedita dell’Italia contemporanea.
La cerimonia delle Olimpiadi Milano Cortina 2026: il video di presentazione nel segno dell'armoniaA tu per tu con Stefania Opipari, Show Director della Cerimonia di Chiusura
Arrivare a firmare la Cerimonia di Chiusura delle Olimpiadi significa raccontare un Paese al mondo, in uno dei momenti più seguiti e simbolici in assoluto e Stefania Opipari ha costruito la sua carriera su visioni, rischio e una curiosità instancabile. Creative & Artistic Director con una forte sensibilità narrativa, ha attraversato il mondo dei grandi live show imparando a raccontare storie là dove l’emozione deve essere immediata, condivisa e soprattutto collettiva. Dalle Olimpiadi Invernali di Sochi a Rio, dall’Eurovision Song Contest ai grandi eventi globali come Welcome to Qatar per i Mondiali FIFA 2022, fino a Viva Vivaldi all’Arena di Verona — premiato con due Medaglie d’Oro ai Best Event Awards 2025 — Stefania ha costruito una visione che mette al centro l’esperienza emotiva, prima ancora dello spettacolo.
Con la Cerimonia di Chiusura di Milano Cortina 2026 firma una pagina storica: è la prima donna, dopo quasi novant’anni, a dirigere una cerimonia olimpica.
Abbiamo avuto l’opportunità imperdibile di farci raccontare direttamente da lei ciò che normalmente non si vede: il lavoro, la visione e lo sforzo invisibile che stanno dietro a un live event di questa portata.
L’intervista a Stefania Opipari
Allora, Stefania, svelaci il segreto. Come si diventa la prima donna regista di una cerimonia olimpica?
Servono una lunga gavetta, tanta passione, uno spirito indomito e anche un pizzico di fortuna — quella che arriva quando hai il coraggio di esporti. Ho lavorato per anni nei grandi live show in tutto il mondo, un’esperienza non così comune in Italia, che ha plasmato il mio modo di vedere e raccontare le cose. Credo che sia proprio questa combinazione ad aver portato Filmmaster a darmi fiducia e ad affidarmi la regia della Cerimonia di Chiusura di Milano Cortina 2026. Per me è un privilegio immenso, un onore e una profonda fonte di gratitudine: poter raccontare al mondo la bellezza dell’Italia di oggi, spesso oscurata da uno sguardo troppo rivolto al passato, quando invece l’Italia contemporanea è sorprendente.
Allo stesso tempo sento una forte responsabilità: questa è un’occasione reale per aprire una strada più rappresentativa dal punto di vista femminile. Sono passati quasi novant’anni dall’ultima donna alla regia di una cerimonia olimpica. Direi che era davvero ora.
Avevi mai immaginato che saresti arrivata fin qui?
Da bambina ero attratta dal mondo dell’arte performativa e visiva, ma non avrei mai immaginato di firmare la regia di una cerimonia olimpica. Ho iniziato con piccole regie nel cinema indipendente e in televisione, muovendo i primi passi in contesti molto diversi tra loro. Poi è arrivato un evento inaspettato che ha cambiato tutto: le Olimpiadi Invernali di Torino 2006. Ci sono finita quasi per caso, ma quell’esperienza mi ha travolta. L’adrenalina del live, l’energia del pubblico, la consapevolezza di far parte di qualcosa destinato a restare nella memoria collettiva. È lì che ho capito che il mio posto era esattamente in quel tipo di magia.
Le Olimpiadi tornano in Italia dopo vent’anni e tu contemporaneamente torni a casa dopo aver lavorato in tutto il mondo.
È difficile immaginare una soddisfazione più grande. Gli italiani, nel mondo, sono riconosciuti per la capacità di raccontare storie attraverso l’emozione e la bellezza: è una lingua universale. Tornare in Italia per un’Olimpiade ha un significato profondo. Come artista è un cerchio che si chiude: torno nel luogo da cui tutto è iniziato per restituire, con la mia visione, ciò che questo Paese mi ha dato. Come italiana è un gesto intimo: sento di riportare a casa un’esperienza maturata nel mondo e di metterla al servizio della nostra identità contemporanea.
Rivelaci qualcosa sulla cerimonia.
Il titolo è Beauty in Action. Non posso fare spoiler, ma posso dire che le ispirazioni principali sono due. La prima è la bellezza intesa come esperienza viva, dinamica, non da contemplare ma da attraversare. È una bellezza che cambia forma senza perdere la propria anima: per me è il cuore del DNA italiano.
La seconda è il tema del doppio. Queste sono le prime Olimpiadi diffuse tra due regioni, rappresentate da Milano e Cortina, due realtà diverse che qui dialogano come mai prima. Nella cerimonia ci sarà sempre un confronto tra elementi apparentemente opposti che sul palco trovano la loro sintesi. Curiosi? Spero di sì.
Come hai bilanciato sport, territorio, valori olimpici e narrazione artistica?
Ogni cerimonia segue quella che chiamo la “Liturgia Olimpica”: un’alternanza tra momenti protocollari e momenti puramente artistici. Insieme a Filmmaster abbiamo deciso di immergere tutto in uno storytelling con un inizio, uno sviluppo e una fine, avvicinando la cerimonia a uno spettacolo vero e proprio. È seguendo questa logica drammaturgica che abbiamo integrato sport, amicizia, competizione, territorio, cultura e anche sostenibilità, che ha un ruolo speciale all’interno della narrazione.
Che messaggio vuoi mandare al mondo con Milano Cortina 2026?
Se metto da parte ogni autocensura, direi che il messaggio è la riscoperta della meraviglia. La meraviglia del gesto atletico, di un grande sogno, di un territorio e della sua gente. E anche quella più silenziosa che abita dentro ognuno di noi. In questo momento storico è fondamentale tornare a stupirsi: lo stupore ci ricorda chi siamo e cosa possiamo creare insieme. Per me Milano Cortina 2026 è un invito collettivo a riaccendere quello sguardo sul mondo.
Cosa significa per te, oggi, la parola "innovazione"?
Una forza generativa, parte della vita stessa. Tutto è in continua trasformazione: gli esseri umani, l’arte, la tecnologia. Innovare significa trasformare il rapporto tra uomo e tecnologia in un atto creativo, lasciare che amplifichi il nostro sguardo senza sostituirlo. È in questa alleanza che nascono le idee che mi interessa raccontare nei miei spettacoli. Non so se riesco sempre, ma è la mia sfida personale.
Guardando al futuro, che spazio vedi per le donne e le nuove generazioni?
Il vero cambiamento non è “creare spazio”, ma riconoscere che quello spazio esiste già quando smettiamo di dare per scontati certi modelli di leadership. Vedo team più collaborativi, meno verticali, più aperti alla contaminazione. La presenza femminile non dovrebbe essere un tema, ma un fatto. Un contributo naturale, necessario e riconosciuto.
E spostando lo sguardo oltre, su di te: what’s next?
Il mio sogno è continuare a muovermi. Raccontare storie, attraversare luoghi e linguaggi diversi, lasciandomi trasformare da ogni progetto. Non penso a un traguardo, ma a un percorso vivo. E sento anche il desiderio di tornare alle origini: il cinema. Voglio anche io lasciare spazio alla meraviglia.
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