Dal 17 novembre fino al 31 dicembre le donne lavoreranno, simbolicamente, “gratis”.
È questa la fotografia dell’Equal Pay Day, la Giornata europea per la parità retributiva che segna la differenza tra i guadagni medi di uomini e donne: un divario che in Italia resta tra i più alti d’Europa, nonostante le nuove direttive sulla trasparenza salariale.
Un mese e mezzo di lavoro “a vuoto”: cosa rappresenta l’Equal Pay Day per le donne
Secondo la Commissione europea, in media le donne europee guadagnano il 12% in meno degli uomini, ma in Italia la forbice si allarga al 16%, un dato che equivale a 56 giorni di lavoro non retribuito. “Dal 17 novembre in poi, simbolicamente, le donne smettono di essere pagate fino alla fine dell’anno”, ha ricordato la consulente Sabrina Testori di Winning Women Institute, spiegando che l’Italia ha ancora sei mesi per recepire la direttiva UE sulla “Pay Transparency”, che imporrà alle aziende di rendere pubbliche le retribuzioni suddivise per genere.
I numeri italiani: il gap non si riduce
L’Istat, nell’ultima rilevazione (2025), conferma che tra i lavoratori dipendenti la retribuzione oraria femminile è inferiore del 5,6% rispetto a quella maschile.
Gli uomini percepiscono in media 16,8 euro l’ora, le donne 15,9 euro.
Il divario cresce tra i laureati:
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uomini: 24,3 euro lordi l’ora,
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donne: 20,3 euro,
pari a un -16% a parità di titolo.
Tradotto: in azienda, un impiegato laureato guadagna in media 4.800 euro lordi in più all’anno rispetto a una collega con lo stesso livello di istruzione.
Pubblico contro privato: dove il gap pesa di più
Il settore pubblico resta più equo: qui il divario salariale scende al 5,2%, contro il 15,9% nel privato. Le laureate nel pubblico arrivano a 23 euro lordi l’ora, quasi 7 euro in più rispetto alle colleghe del privato. La differenza è legata anche alla maggiore presenza femminile nel pubblico impiego (55,6%) e alla maggiore tutela contrattuale.
Nel privato, invece, pesano i part-time involontari e le minori possibilità di carriera: tra i dirigenti, il gap sale fino al 30,8%, con le donne a 34,5 euro lordi l’ora contro i 49,8 euro degli uomini.
“Studiare rende meno”: il titolo di studio non basta
Il rendimento economico dell’istruzione continua a essere più basso per le donne. A parità di titolo, il guadagno annuo medio degli uomini cresce molto più rapidamente con l’età e gli scatti di carriera: rispetto ai lavoratori under 30, gli over 50 guadagnano il 65,5% in più se uomini, ma solo il 38,6% in più se donne. In sostanza, la carriera femminile si ferma prima, e con minori aumenti nel tempo.
Tra stereotipi e part-time: perché il divario resta
Secondo l’Osservatorio BeHer e Ipsos, il 64% delle donne italiane si sente poco o per nulla preparata in ambito finanziario. Una scarsa educazione economica che alimenta dipendenza, insicurezza e vulnerabilità, fino a forme di violenza economica. Il part-time, inoltre, resta un nodo cruciale: il 12,3% delle donne lavora con orari ridotti (contro il 5,2% degli uomini), spesso per ragioni familiari. E anche chi lavora a tempo pieno guadagna meno, segno che il problema non è solo quantitativo ma strutturale e culturale.
Le aziende virtuose e il cambiamento possibile
Alcuni segnali positivi arrivano dalle imprese certificate per la parità di genere. Tra le premiate nel 2025 da Assolombarda e Steamiamoci, figurano A2A, Kone, Sky Italia, Way2Global e Iperborea, riconosciute per progetti di equità, inclusione e sostegno alla genitorialità. Come spiega la giuria, “non è solo una questione di giustizia sociale, ma di competitività e innovazione: le aziende con equilibrio di genere crescono di più”.
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