Head Spa Mania: la nostra vita fa così orrore che cerchiamo sempre nuove fughe (mentali)

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(La redazione di fem) Feb 19, 2026 · 3 mins read
Head Spa Mania: la nostra vita fa così orrore che cerchiamo sempre nuove fughe (mentali)
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La head spa mania dilaga. E verrebbe da piangere se non venisse da ridere: siamo al punto che per "staccare la testa" dobbiamo affidarci a un servizio prenotabile online, pagabile a rate e che poi possiamo condividere sul nostro feed social. E così ricomincia il ciclo infinito. Andiamo con ordine, perché la head spa non è la parruccheria né è un trend estetico (o social).

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Viene presentata come un "rituale": la head spa mania è la protagonista social di video sempre più ipnotici (spesso anche subdolamente ASMR) che mostrano mani esperte intente a massaggiare teste piene di olio. Tra candele accese, vapori e suono di acqua, questo "rituale" promette relax profondo ovviamente, ma si spinge fino alla "rigenerazione mentale" e al "reset emotivo".

Ma dietro questa tendenza, che arriva dopo varie altre numerose tendenze che parlano di fuga e reset emotivi, c'è una verità e una soltanto, sempre la stessa: i trend degli ultimi anni promettono fughe - e tutela alla salute mentale - salvo poi esistere solo sui social. Sono insomma la spinta, non la soluzione, al circolo vizioso che minaccia la nostra salute mentale, mentre ci assicurano di volerla salvare.

La head spa non va confusa con un trattamento estetico di cui fregiarsi su Instagram, perché è la risposta a un malessere diffuso che non sempre abbiamo il coraggio di nominare. E sì: tanto per cambiare parliamo della cultura della performance che ci soffoca e manda in burnout. 

gli ultimi trend sono solo fughe dal burnout

Viviamo in una società che celebra l’efficienza come valore morale. Essere produttivi, produttive, non è più solo una necessità economica, ma una forma di identità. Contemporaneamente, e lo abbiamo detto tante volte, il cervello umano non è progettato per le connessioni che deve gestire oggi. Ma non lo sa, e compie degli sforzi immensi per non andare completamente in tilt. 

Ora, da questa prospettiva, è normale che gli ultimi trend sembrano - perché lo sono - tutti delle fughe da una vita che non solo non ci piace, ma il guaio vero è che a lei non piacciamo noi. E nello scontro tra quello che pensiamo di volere e quello che veramente possiamo ottenere da noi stessi, cerchiamo solo punti di rottura e pausa. Trend come quello della head spa, o quelli che promuovono un ritorno alla vita analogica, o quelli che vertono sull'abbandono dei social, si presentano come valvole di decompressione che però nella maggior parte dei casi non fanno altro che alimentare il sistema che ne crea il bisogno.

Alleviano i sintomi del disagio ma ovviamente non funzionano sulle cause, perché essi stessi nascono dentro un contesto di burnout diffuso: precarietà, iper-connessione, competitività costante, sovraesposizione digitale. E fisiologicamente fanno parte del pacchetto. Allora invece di agire su questi fattori strutturali, offrono micro-soluzioni individuali, temporanee e soprattutto compatibili con il sistema che genera l’esaurimento e genera pure loro, i trend.

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Riescono parzialmente nel loro intento perché spostano il cuore del problema dal sistema all’individuo. In che senso: il burnout è una condizione diffusa e complessa, non è una condizione personale legata al proprio lavoro o alla propria quotidianità. Il burnout è un problema di sistema. Ma i trend, anche quelli travestiti da processi di guarigione collettivi, lo trattano come una questione di gestione personale. La responsabilità così si privatizza mentre la struttura resta intatta.