Nella gestione pubblica del cosiddetto caso Signorini post denuncia di Antonio Medugno si stanno manifestando dinamiche che trascendono la cronaca e rivelano un problema culturale e sistemico nel modo in cui l’Italia affronta le relazioni tra potere e sessualità (e comunicazione o giornalismo). La vicenda, al netto delle responsabilità individuali che saranno eventualmente accertate nelle sedi opportune, solleva domande laterali ma non per questo le ignoriamo: a cominciare dal fatto che se il messaggero non ci piace, buttiamo via pure il messaggio. O almeno così sembra.
Emily in Paris sbarca a Venezia per la quinta stagioneMa perché non iniziare dal doppio standard dell’indignazione? La prima, macroscopica anomalia riguarda la reazione pubblica. O meglio la sua assenza. Se il protagonista della vicenda fosse stato un uomo eterosessuale, accusato di avere esercitato pressioni sessuali su giovani aspiranti showgirl o attrici, o politiche (è successo) per ottenere favori, il dibattito pubblico si sarebbe infiammato.
alfonso signorini accusa fabrizio corona di revenge porn
Avremmo avuto tweet infuocati, titoli di giornale, condanne preventive, programmi TV dedicati al tema del #MeToo italiano. E invece, nel caso di accuse che coinvolgono rapporti tra uomini e soprattutto in un contesto in cui il potere è esercitato da una figura popolare e digeribile (come tutti gli omosessuali in Tv, diversamente non sarebbero in Tv) la narrazione si sposta. Si minimizzano le accuse, si sposta il focus sul messaggero, cioè Fabrizio Corona, e si attiva un riflesso condizionato: delegittimarlo definendolo pregiudicato o non-giornalista e - ovvio - "violento".
Premesso che un po' violento lo è, ma focalizzarsi sulla violenza con cui commenta le chat che legge - simula anche i conati di vomito - non serve a distogliere l'attenzione dalla vicenda? Perché è esattamente quello che verrebbe obiettato se al centro della vicenda - ripetiamo - ci fosse un presunto abuso agito da un uomo etero su donne etero.
Questo meccanismo è sintomatico di una reazione a geometria variabile, dove l’indignazione è selettiva e sembrerebbe funzionale alla preservazione dello status quo, visto che si stanno non indignando persone che a vari livelli frequentano quei salotti e quei set. E viene molto comodo quando la reputazione dell’accusatore pesa, tanto che si riesce a farla pesare più della sostanza delle accuse.
In questo contesto, la verità diventa un accessorio retorico: l’attacco frontale a Corona, una figura sicuramente obliqua ma chi non lo è, mostra un’altra dinamica inquietante.
Fabrizio Corona: tra responsabilità penale e colpa morale permanente
In una società democratica chi ha scontato una pena conserva i diritti civili, tra cui quello fondamentale alla parola e all’espressione. Sfruttare il passato giudiziario di una persona per invalidare ogni suo atto successivo è una forma di censura morale pericolosa e subdola. Qui non si tratta di dire che Corona fa il suo lavoro in modo eccellente o che non difetti di garbo e opportunità, ma di distinguere tra la persona e il buco nero di abusi che potrebbe aver scoperchiato: un ex detenuto è un cittadino qualsiasi e può legittimamente raccogliere testimonianze, se queste portano alla luce possibili notizie di reato. Il tentativo di zittire la fonte per evitare di ascoltare il contenuto del messaggio è una strategia antica ma dovrebbe essere inaccettabile. +
Soprattutto se questo tentativo è agito da chi ha l'abitudine di comportarsi allo stesso modo. Ma in un clima già traboccante di ipocrisie, non poteva mancare l'intervento accusatorio di chi ha costruito la propria narrazione pubblica adottando modalità molto, molto simili a quelle di Corona con la pretesa di ergersi a giudice morale del (non)giornalismo altrui, mentre da anni pratica una forma di cronaca spettacolarizzata, emotiva e spesso sbilanciata, dove il tono vale più della verifica dei fatti.
La sostanza è che ci sono giovani uomini che denunciano abusi di potere nel mondo dello spettacolo. E non può valere la scelta di cestinare il messaggio se il messaggero non ci piace.
E qui ci agganciamo a un altro lato della questione: non è la prima volta che si parla di un "me too" italiano: nel 2023 Repubblica pubblicò un’inchiesta grazie alle testimonianze di decine di attrici che ammisero di aver subito abusi e pressioni sessuali. La differenza è che in quell’occasione non fu fatto nessun nome. La stampa e l’opinione pubblica, per carità, accolsero quelle voci con il dovuto sdegno e la dovuta empatia ma nulla cambiò o quasi, proprio perché in molti casi erano testimonianze anonime che accusavano uomini che rimasero anonimi.
il me too italiano che poteva esserci ma non c'è stato
È stato un MeToo in potenza, un urlo contenuto, simbolico, che non ha sfondato realmente il muro del sistema. Oggi abbiamo un nome e cognome sotto i riflettori, anzi due (stando a Corona sarebbe coinvolto anche Cristiano Malgioglio) ma quel grido viene rimesso nel cassetto. La differenza non sta nei fatti, ma nel coraggio di rendere visibili le dinamiche di abuso chiamandole per nome e cognome.
C’è poi un elemento sociale e culturale che raramente viene affrontato con onestà: la vergogna maschile eterosessuale di raccontarsi come parte passiva di uno scambio sessuale. Uomini eterosessuali che accettano compromessi sessuali con altri uomini per avanzare nel mondo dello spettacolo o per "realizzare sogni". Questo punto è centrale, da un lato perché ci obbliga a riconoscere il tabù della vulnerabilità maschile, dall'altro perché verrebbe da dire "benvenuti nel club": l'abuso di potere non conosce identità di genere o orientamento sessuale. E non solo le donne e le ragazze, nel nostro meraviglioso mondo della colpevolizzazione secondaria, anche un uomo che si lascia abusare per una promessa è visto come opportunista, altro che vittima. È il sistema, bellezza.
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