Dai un bacino alla zia che non ti vede mai". Chi da piccolo non si è mai sentito dire questa frase? Chi non ha mai provato quel senso di disagio, quella rigidità del corpo che si fa indietro, mentre l'adulto insiste e un genitore ci spinge gentilmente verso quell'abbraccio non voluto? Per generazioni, l'affetto verso parenti e amici di famiglia è stato un dovere, non una scelta. Il corpo dei bambini era considerato, in un certo senso, disponibile. Ma oggi possiamo fare diversamente.
Emanuela Maccarani sulle accuse di abusi e violenze alle Farfalle della ginnastica ritmicaIl consenso non è solo una parola da riservare all'età adulta. È una competenza che si impara fin da piccoli, attraverso piccoli gesti quotidiani, e che diventa fondamentale per costruire relazioni sane e rispettose. Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta infantile Francesca Ribaudo, che ci ha guidato in un viaggio attraverso le diverse fasi della crescita, spiegandoci come affrontare questo tema così importante con i nostri figli.
Il primo passo: riconoscere il nostro passato
Prima ancora di parlare di come educare i bambini al consenso, Ribaudo ci invita a fare un passo indietro. "Il primo nodo critico non sono i bambini, ma sono gli adulti che stanno cercando di insegnare qualcosa che nella maggior parte dei casi a noi non è stato insegnato", spiega la psicoterapeuta. È una premessa fondamentale: noi adulti, a parte le generazioni più giovani, siamo cresciuti in un'epoca in cui abbracciare parenti e amici di famiglia era un obbligo, non una scelta. "Erano normali frasi come 'ma cosa ti costa dare un bacino al nonno', 'ma bacia la zia che non la vedi mai'", ricorda Ribaudo. Frasi che mettevano al centro il sentimento dell'adulto da non deludere, più che il disagio fisico del bambino. "Siamo cresciuti con questo tipo di mentalità. Il corpo del bambino in un certo senso era considerato disponibile".
Ed è proprio questo retaggio culturale che rende così difficile, per molti genitori di oggi, rompere quegli schemi. Idealmente riconosciamo l'importanza del consenso, ma quando ci troviamo di fronte alla nonna che chiede un bacino, siamo i primi a dire "dai su amore, che ti costa?" Perché non riusciamo a spezzare quella catena. La buona notizia? "Possiamo modificare quello schema che ci ha accompagnato per tutta l'infanzia. Ci si può fare, ce la possiamo fare", assicura la psicoterapeuta.
Consenso come apprendimento, non come regola morale
"Parlare di consenso non è come insegnare ai nostri figli una regola morale, ma è un apprendimento come qualunque altra cosa", chiarisce Ribaudo. Questo cambio di prospettiva è fondamentale: il consenso si può insegnare fin da subito, e ogni età richiede un approccio diverso.
Ma attenzione: "Quando si parla di consenso per un bambino non è una questione sessuale legata a quello che può essere un consenso per un adolescente. È una competenza relazionale e corporea, è il riconoscimento delle proprie sensazioni, è il poter dire sì o no, è il sapere che il proprio corpo può e deve essere rispettato". E soprattutto, aggiunge la psicoterapeuta, è importante far capire ai bambini che "fare esperienza di un rifiuto, quindi dire no a qualcuno, anche se questo qualcuno è una persona vicina a noi, non rompe un legame".
Prima dei tre anni: il consenso agito
Sotto i tre anni, i bambini vivono in una bolla protetta, circondata da pochissime figure di riferimento. In questa fase, "il consenso è agito, non spiegato", spiega Ribaudo. "Il bambino non è che capisce il consenso se tu glielo spieghi, non lo può comprendere che è padrone del proprio corpo, ma lo vive. Conta più quello che facciamo piuttosto che quello che diciamo". Ecco allora che diventa importante verbalizzare le nostre azioni prima di compierle: "Posso pulirti il nasino?", "Posso aiutarti a togliere il pigiama?". Piccole frasi che, mentre compiamo il gesto, iniziano a trasferire l'informazione che chiediamo il permesso quando ci avviciniamo e tocchiamo il bambino.
Attenzione però a non cadere nell'eccesso opposto. "Se il nostro figlio inciampa e cade, noi lo aiutiamo ad alzarsi. Se dobbiamo disinfettare una ferita, noi interveniamo. Se attraversa la strada e ci sfugge, noi lo afferriamo", chiarisce Ribaudo. "Il consenso serve a proteggere l'autonomia del bambino, non a togliere all'adulto il suo ruolo di cura".
Dai tre ai sei anni: imparare a dire e accettare il no
Dai tre ai sei anni cambia tutto. I bambini iniziano a frequentare la scuola dell'infanzia e imparano a dire no con forza. È il periodo in cui esprimono con veemenza il dissenso quando non vogliono essere toccati o baciati. Il problema non è tanto se esprimono il dissenso, quanto se riescono a mantenerlo oppure cedono. "Qui il ruolo dell'adulto è quello di mediatore sociale", spiega la psicoterapeuta. Quando un bambino mostra resistenza ma poi cede alla richiesta di un abbraccio o un bacio, è fondamentale intervenire offrendo alternative: "Preferisci salutare con la mano? Vuoi fare ciao ciao? Vuoi dare il 5?"
Dire queste frasi ad alta voce ha una doppia funzione: da un lato, offre al bambino un'alternativa quando non ha gli strumenti per trovarla da solo; dall'altro, comunica all'adulto che sta facendo la richiesta che c'è un altro modo, ugualmente valido, di esprimere affetto.
Purtroppo, avverte Ribaudo, ancora oggi molti adulti, specialmente i nonni, utilizzano il ricatto affettivo: "Se non mi abbracci non ti darò il regalino che ti ho comprato". Comportamenti che mettono i bambini in una posizione impossibile e che vanno assolutamente evitati.
Dai sei ai nove anni: i confini nello spazio e nelle relazioni
Con l'ingresso nella scuola primaria, il consenso diventa una vera e propria competenza relazionale. I bambini iniziano a comprendere che esistono confini nel gioco, nello spazio personale, nelle amicizie, nei rapporti con gli adulti. "A questa età dovrebbero essere in grado di imparare che se qualcosa non li fa stare bene, lo possono dire. E che possono rispettare anche il disagio degli altri", spiega Ribaudo.
Il principio guida in questa fase? "Quello che vale per te, vale anche per l'altro. Quello che fa stare bene te, fa stare bene anche l'altro". Un esempio concreto è il gioco della lotta o della rincorsa, molto comune tra i bambini di questa età: "Si gioca così finché entrambi si ha voglia di farlo, ma se l'altro dice basta, anche sorridendo, anche a bassa voce, ci si ferma". E quando sono i genitori a giocare fisicamente con i figli? "Dobbiamo imparare a rispettare lo stop", insiste la psicoterapeuta. Ma non basta fermarsi: "Se il nostro figlio ci dice 'basta, aspetta', noi come adulti ci fermiamo e diciamo: 'Ok, va bene, mi fermo perché me lo hai chiesto'. Verbalizzarlo è quel passettino in più che sottolinea l'importanza di rispetto nei tuoi confronti".
In questa fase è anche importante insegnare il concetto di spazio personale in modo concreto e visibile. Ribaudo suggerisce di mostrare fisicamente ai bambini la distanza che dovrebbe esserci tra le persone: "Guarda amore, tra me e te c'è questa distanza. Con la mamma, con papà questa distanza può essere così piccina, ma con un tuo compagno, con la maestra, noi questo spazio lo dobbiamo tenere più distante. Ci deve essere più aria tra me e quell'altra persona".
Preadolescenza: la pressione del gruppo
Dagli undici anni in poi entrano in gioco nuove dinamiche: la pressione del gruppo, l'ingresso nel mondo digitale, e l'inizio delle trasformazioni fisiche e ormonali. "Questa è la fase in cui si dice di sì per paura di essere esclusi", avverte Ribaudo.
Frasi come "se sei mio amico, tu devi giocare così con me" diventano comuni, e il bambino spesso accede per paura di rimanere solo, per far parte di quella cerchia. È fondamentale, in questa fase, insegnare che "il rispetto di sé viene prima dell'approvazione degli altri".
Un messaggio che Ribaudo consiglia di trasmettere ai preadolescenti è: "Non tutti ci piacciono e non a tutti piacciamo. Se decidiamo di dire un no ad una persona e quella persona è nostra amica, quella amica capirà. Se non capirà, forse non sono le persone giuste per noi".
Adolescenza: consenso e responsabilità emotiva
In adolescenza, il consenso diventa responsabilità emotiva. "Non riguarda solo dire sì o no, ma capire se quel sì è davvero libero oppure nasce dalla paura di perdere l'altro", spiega la psicoterapeuta. È l'età delle grandi aspettative, del principe azzurro, della donna della vita, in cui tutto viene amplificato in maniera esagerata. "È l'età in cui bisogna insegnare ai nostri figli che ci si può fermare, che si può cambiare idea, che nessuno ci deve convincere o forzare di fare qualcosa. Un vero consenso esiste solo quando c'è rispetto, ascolto e sicurezza", afferma Ribaudo.
Molti adolescenti dicono sì quando dentro sono incerti, pensando: "se non accetto, mi lascia", oppure "penserà che non mi importa di lui", o ancora "la mia amica l'ha fatto, tutti lo fanno". Ma "il consenso non può essere valido se nasce dalla paura di perdere qualcuno", sottolinea la psicoterapeuta.
Il messaggio fondamentale da trasmettere in questa fase? "Il consenso è continuo, non definitivo. Se io ti dico sì, non vale per sempre. Man mano che l'azione si svolge, io devo continuare ad accettare quella situazione e mi deve far stare bene. Se io avverto quel disagio, io mi fermo. È il mio diritto".
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