L'importanza di chiamarsi Ernesto (o Luca, o Giulio): le donne che si fingono maschi su LinkedIn ottengono più colloqui

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(La redazione di fem) Dec 09, 2025 · 4 mins read
L'importanza di chiamarsi Ernesto (o Luca, o Giulio): le donne che si fingono maschi su LinkedIn ottengono più colloqui
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Se vagando nel marasma dei social si intercetta una storia come questa, si dovrebbe saltare sulla sedia (o più probabilmente sul divano): I’m a female software engineer. I made a male LinkedIn profile and got more responses. Tradotto: sono una ingegnera, su LinkedIn ho attivato un profilo maschile e ho ottenuto molte più risposte (alle domande di lavoro, ndr).

È il titolo di un lungo post scritto in anonimo sul forum Reddit ripreso dal Washington Post per lanciare nell'etere un più complesso editoriale dal titolo: Le donne creano profili maschili su LinkedIn per vedere se i bias di genere minacciano la loro ricerca di lavoro. Ed è, ovviamente, un grande "Sì": le donne che hanno compilato le applications fingendosi uomini (e mantenendo il loro curriculum identico) hanno avuto successo.

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Nel momento in cui una persona invia il proprio curriculum o crea un profilo su LinkedIn il nome resta comunque il primo dato visibile. E il nome nella maggior parte dei casi (cioè tutti tranne che per "Andrea") non è un’informazione neutra ma indica il genere e a volte anche la discendenza.

resistenza o rassegnazione?

La storia dell'utente di Reddit ripresa dal WP,  ci racconta di una donna che ha creato il profilo maschile e ha notato un immediato aumento di interesse da parte di aziende e recruiter. Nessuna variazione nel contenuto: stessa laurea, stessa esperienza, stesse skill, stessa età. Solo una cosa era diversa, il nome. Questo suggerisce, anzi proprio grida qualcosa che femministe (e femministi) gridano a loro volta da tempo: non sono le competenze a fare la differenza, ma l’identità percepita di chi le possiede.

La strategia del passing online può essere letta come resistenza oppure come rassegnazione, sta di fatto che assumere un’identità maschile online è una forma di hacking sociale. Le donne - quelle che hanno fatto questa scelta - reagiscono a un sistema ingiusto prendendo il controllo della propria rappresentazione. È un modo come un altro, però, per smascherare i bias con l’esperienza diretta un po' come nei famosi "provini ciechi": grazie a un paravento che copre l'esecutore o l'esecutrice le audizioni della Filarmonica di New York hanno premiato più donne che uomini. Età, colore della pelle, ovviamente espressione di genere non possono essere viste. 

Ma sono diversi gli studi che indagano il mercato del lavoro dimostrando che i nomi femminili, soprattutto se associati a etnie minoritarie, sono penalizzati già nella prima fase di selezione. Le donne che modificano il proprio nome su LinkedIn non cercano di imbrogliare il sistema ma di difendersi da un bias implicito che le discrimina ancora prima che possano presentarsi

Si parla di bias di genere nel reclutamento, non di discriminazione consapevole: tra cultura e automatismi Il pregiudizio di genere nel mondo del lavoro è spesso inconscio (unconscious bias), cioè opera senza che i/le recruiter ne siano consapevoli. Questo resta vero pure oggi, quando molti processi di selezione sono automatizzati da algoritmi o delegati a software di screening dei profili (perché anche l'algoritmo è "sessista"). Le candidate donne infatti, specie in settori maschili come l’ingegneria, l’informatica o la finanza, sono valutate attraverso un doppio standard. Motivo per cui devono dimostrare di essere eccezionali solo per essere considerate "competenti quanto un uomo medio" (da qui parte anche tutta la storia della pick me, cioè l'idea che le donne debbano competere tra loro per essere "la prescelta").

Dall’altro lato, il fatto che una donna debba fingersi uomo per ottenere un colloquio è il segnale di un fallimento culturale immenso. È il sintomo di un mercato del lavoro che penalizza l'identità femminile perché è percepita come un difetto, non un valore (del resto, "femminuccia" rimane un insulto). Questo meccanismo si avvicina al concetto di interiorizzazione del sessismo in cui la discriminazione diventa talmente radicata da indurre le vittime ad adattarsi al pregiudizio invece che a combatterlo.

e ora passiamo a LinkedIn come spazio di performance sociale

LinkedIn si presenta come un ambiente meritocratico ma il merito non esiste e allora in realtà è un luogo di performance dell’identità professionale, dove genere, età, aspetto (e retorica) contano tanto quanto il curriculum. Anzi di più. Le donne, su LinkedIn, spesso devono calibrare il linguaggio: essere abbastanza assertive da sembrare competenti, ma non troppo da risultare aggressive. Un uomo può essere ambizioso e una donna, con lo stesso tono, rischia di essere percepita come presuntuosa.

Questo doppio standard agisce anche nelle interazioni quotidiane, nelle richieste di networking e nei messaggi in privato, dove le donne sono spesso soggette a interazioni ambigue o paternaliste.