Le Vacanze di Natale non esistono più (ma dovrebbero): la cosa positiva è che possiamo riprendercele

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(La redazione di fem) Dec 29, 2025 · 3 mins read
Le Vacanze di Natale non esistono più (ma dovrebbero): la cosa positiva è che possiamo riprendercele
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Quando è stata l'ultima volta che abbiamo spento i computer o chiuso la porta dell'ufficio il 23 dicembre, sapendo che non avremmo dovuto occuparci di robe di lavoro fino a dopo l'Epifania? Ecco cosa erano le vacanze di Natale: una parentesi netta e sacra fatta di riposo, famiglia, eventi sociali e - per chi poteva - viaggi e viaggetti.

Capodanno: aspettative vs. realtà

Oggi non esistono più, scuola a parte. E si sono trasformate in simil domeniche spot: il 24 e il 25 dicembre qualcuno riesce a non lavorare, così come il primo gennaio. Gli altri giorni no, gli altri giorni sono diventati giorni normali. Ed è tristissimo.

Le vacanze di Natale esisterebbero solo se fossero collettive

Il Natale è diventato un intervallo operativo tra giorni di reperibilità, mail che "va boh dai, rispondo subito" e intere giornate di lavoro perché "mi porto avanti". E questo senza contare il rush dei primi venti giorni di dicembre, quando si lavora il doppio nel sogno - quasi sempre irrealizzato - di anticipare tutto e prendersi una mini vacanza dal 25 al 27

I dati, pur con le cautele del caso, ci confermano tutto: in Italia una quota crescente di lavoratori e lavoratrici non ha nemmeno ipotizzato di staccare dal 24 dicembre al 7 gennaio. Secondo fonti come ISTAT ed Eurostat, meno della metà degli occupati e delle occupate può contare su una sospensione lavorativa continua tra la vigilia di Natale e l'Epifania e, tra chi lavora in autonomia e chi è professionista dipendente, la percentuale scende ancora.

In Italia non esiste una chiusura natalizia garantita dalla legge (a differenza, per esempio, delle ferie estive in alcuni settori). Le ferie sono individuali, contrattate o di fatto impossibili: secondo ISTAT circa 1 lavoratore/trice su 3 lavora abitualmente durante festività e fine settimana, la quota sale oltre il 40 per cento nei servizi, commercio, sanità, informazione, turismo, logistica. Tra chi è professionista in autonomia, cioè freelance, il sogno di permettersi una sospensione reale è questo: un sogno. Oltre il 60 per cento dichiara di non riuscire a interrompere l’attività per più di 3, 4 giorni consecutivi e più del 50 per cento lavora durante le festività (Natale incluso), anche se spesso da remoto (è ugualmente lavoro).

La metà dichiara di lavorare anche quando è ufficialmente "in ferie"

C'è ovviamente chi lavora perché ha scelto una professione che si incrocia con servizi essenziali - oltre che con il dovere morale - per esempio la Sanità. Oltre l’80 per cento di medici e staff lavora su turni anche durante le festività, Natale ed Epifania sono coperti come un normale weekend. Chi fa giornalismo o comunque informazione sa che al netto di turni si tratta di rimanere operativi, operative, 365 giorni l’anno. Qui, ovvio, è in ballo una funzione sociale e non dell'ideologia della performance che stiamo per problematizzare.

Ed eccoci: esiste chi potrebbe fermarsi ma non lo fa. Lavoratori e lavoratrici dipendenti del terziario avanzato (consulenza, comunicazione, marketing, tech, finanza, servizi) non hanno alcun motivo di lavorare durante le vacanze eppure lo fanno. Il 45 per cento di loro controlla email e messaggi di lavoro durante le ferie, con una percentuale che in Italia è più alta della media europea, dove "solo" il 30 per cento dichiara di sentirsi in colpa a essere irraggiungibile. 

Non è solo una questione di giorni di ferie: è la barriera psicologica che ci impedisce di dichiararci in vacanza senza giustificarci. Eppure anche se le vediamo come lusso estremo, le vacanze di Natale erano - sono, sarebbero - una cosa seria. Erano il tempo lungo della tavola, dei pomeriggi che non devono essere profittevoli, del sonno che si allunga, del divano e del film, delle strade svuotate e dei negozi chiusi per scelta non per inefficienza. Erano l’Italia raccontata nei film dei Vanzina: un misto di evasione condivisa in cui ci si ritrovava con la famiglia e la cerchia amicale. Erano un patto sociale: smettiamo tutti, tutte, così nessuno resta indietro. Poi qualcuno ha avuto la felice idea di continuare a lavorare, alzando l'asticella della performance collettiva e privandoci della lentezza e del riposo. La performance nel tempo è diventata una nuova morale e lavorare sempre è diventato sinonimo di affidabilità e ambizione mentre fermarsi è diventato una colpa da spiegare e giustificare.