Perché preoccuparsi della denatalità quando la vera questione è l’antinatalità? È come se ci fosse qualcosa di profondamente ipocrita nel modo in cui i governi - il nostro più di molti altri - affrontano il tema del calo demografico: ovunque, titoli allarmistici parlano di culle vuote, pensioni che nessuno pagherà e popolazioni che invecchiano. Ci si affanna per capire come convincere le persone a fare più figli. Ma nessuno sembra disposto ad ascoltare quando quelle stesse persone spiegano cosa vogliono.
"Io solo la sera sono 'mamma'": i genitori di figli con disabilità, tra lavoro di cura e burocraziaIl vero nodo non è nella denatalità come catastrofico e inaspettato risultato di un intreccio di elementi, ma è nell’antinatalità come scelta ponderata: una risposta politica cioè, ma pure morale e personale, a un mondo che non garantisce né sicurezza, né futuro. Altro che benessere.
un pianeta devastato che ospita crisi economiche e di valori
L'antinatalità non ha ancora una sua definizione ma si potrebbe dire che è la scelta ragionata di non diventare madre né padre, all'indomani di una riflessione lucida sulle circostanze attuali e future. Non tanto sul senso che ha mettere al mondo un figlio, una figlia oggi, ma più se sia giusto farlo, se non siamo in grado di garantire a quel figlio un’esistenza dignitosa, un futuro vivibile, un pianeta sano (o banalmente un pianeta).
Molte donne scelgono di non diventare madri proprio perché si pongono queste domande spinte anche dalla negligenza sociale e istituzionale.
L’antinatalità nasce quindi da un’osservazione concreta: mettere al mondo un figlio, una figlia, non è un gesto neutro. Per alcune persone è un atto moralmente problematico: far nascere qualcuno in un sistema che non sa più prendersi cura neanche di chi è vivo, viva, oggi. E allora si decide di non generare, non per disprezzo della vita, ma per rispetto verso le condizioni di essenziale dignità che la vita meriterebbe. Non per cinismo, ma per senso del limite e oggettiva responsabilità verso un bambino, una bambina, che domani dovrà affrontare chissà quali sfide.
Senza entrare in scenari distopici, è sufficiente guardare alle tendenze attuali nel senso di "già in atto" per comprendere perché molte persone inizino a dubitare che i loro figli e figlie vivranno una qualità della vita basilarmente dignitosa. E sì, a cominciare dalla crisi climatica.
L’aumento delle temperature, l’innalzamento dei mari, la scarsità di risorse idriche e agricole, le migrazioni forzate e l’insicurezza alimentare sono già realtà in molte parti del mondo. La prospettiva di crescere figli in un pianeta che sta dando abbastanza segni di cedimento ed è fonte di ansia concreta per molte persone: l’idea di non voler lasciare un figlio in eredità a un mondo in rovina non è una paranoia ma una presa di posizione fondata su dati scientifici.
avere paura del domani è legittimo (oltre che intellettualmente onesto)
A questo si accompagna la crisi economica sistemica, l’instabilità economica globale, la polarizzazione della ricchezza e l’automazione del lavoro rendono il futuro del mercato del lavoro non incerto, proprio buio. Le disuguaglianze non possono che continuare ad aumentare: la possibilità di offrire una vita dignitosa a un figlio, una figlia, non è garantita nemmeno tra i salotti della borghesia. Le prossime generazioni potrebbero vivere con meno diritti, meno sicurezza e meno accesso a beni primari rispetto alle generazioni in vita oggi.
Non meno importante è la evidente crisi valoriale e di senso. In molte società si registra un profondo disorientamento esistenziale: valori collettivi deboli, mancanza di fiducia nelle istituzioni, sfiducia nel futuro. Le nuove generazioni si trovano a vivere in una cultura sempre più individualista e frammentata, dove il senso di comunità, solidarietà e responsabilità condivisa è minacciato.
È quasi grottesco vedere con quanta enfasi alcuni politici, imprenditori o leader religiosi invocano il ritorno alla famiglia numerosa facendo leva sul presunto dovere morale o sulla bufala dell'identità nazionale. E i discorsi sulla bellezza della genitorialità, mentre l’accesso alla sanità, il diritto al lavoro e alla casa sono tutto fuorché democratici (quindi non sono diritti) sembrano uno scherzo malefico.
Molte persone pensano che scegliere di non avere figli significhi rifiutare la vita, la speranza, il futuro. Ma chi sceglie l’antinatalità controbatte facilmente spiegando che non è lanciando i dadi che si offrono certezze ai propri figli e figlie. E che occorre riconoscere i - fortissimi - limiti del nostro tempo avendo il coraggio di non voltarsi dall’altra parte fingendo che sia tutto in ordine.
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