Se non ti sposi (e non fai figli/e) ti celebrano solo al compleanno: riflessioni sulle aspettative sociali

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(La redazione di fem) Nov 28, 2025 · 3 mins read
Se non ti sposi (e non fai figli/e) ti celebrano solo al compleanno: riflessioni sulle aspettative sociali
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Chiunque abbia visto le prime stagioni della serie Sex and the City non può non ricordare l'episodio in cui Carrie (Sarah Jessica Parker) si confronta con una verità nella quale prima o poi si incappa: se non ti sposi o non fai figli, figlie, le celebrazioni ufficiali della tua vita si riducono ai compleanni.

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Lo spunto narrativo, che si conclude con un paio di Manolo Blahnik in risarcimento, ha permesso alla produzione di sollevare la riflessione sulle aspettative sociali e sui criteri di riconoscimento del valore individuale, in particolare per le donne.

Il riconoscimento pubblico e il ruolo delle tappe sociali, nella nostra cultura, si riduce agli eventi legati alla sfera familiare. Matrimonio e maternità sono considerati tappe di vita obbligatorie, fondamentali anzi fisiologiche. E per questo passano in secondo piano tutte le altre conquiste o scelte. E se occorre metterla sul piano economico la mettiamo sul piano economico: tutti soldi spesi per le amiche, gli amici, in occasione di matrimoni e unioni civili, battesimi, baby shower, addii al nubilato e celibato e via discorrendo, non tornano indietro a chi queste cose non le fa.

E no: non è solo questione di tradizione o ritualità ma di esperienze personali che diventano vere e proprie cerimonie collettive, momenti di festa in cui la comunità celebra una persona per aver raggiunto uno status universalmente comprensibile e incoraggiato. Il compleanno quindi resta l’unico momento celebrativo per chi di quegli status se ne é sempre fregata, fregato. 

Il silenzio intorno ai successi individuali slegati dalla sfera domestica

Il problema è che tutto il resto viene elegantemente ignorato o al massimo ridotto a un messaggio di congratulazioni. Chi costruisce una carriera brillante, chi si prende cura di sé o della collettività, chi sceglie percorsi alternativi a quelli di matrimonio&prole si trova a vivere senza quei momenti di riconoscimento pubblico.

Certo, una promozione può essere applaudita, un libro pubblicato può ricevere un brindisi, ma raramente questi traguardi vengono accompagnati dalla stessa ritualità, solennità e soprattutto sincera partecipazione emotiva che una unione istituzionalizzata e la genitorialità invece garantiscono.

Il problema è amplificato nel caso delle donne, storicamente valutate attraverso il loro ruolo familiare più che attraverso la loro autonomia o realizzazione personale. E succede perché alle donne si chiede (ancora) di completarsi nel matrimonio o nella maternità. Le radici di questa evidente e tristissima disparità affondano nella cultura patriarcale in cui il valore della donna è stato a lungo legato alla sua capacità intanto di essere "scelta" come moglie, poi di accudire, procreare e addomesticare.

Nonostante i progressi sono ancora molte le donne che si trovano a dover giustificare la propria felicità e realizzazione se non accompagnate da un partner o da figli e figlie. Al contrario, un uomo single che non è padre viene visto come indipendente, ambizioso e raccontato attraverso i successi che ottiene nello spazio pubblico. Le donne no. Una donna nella stessa posizione viene spesso percepita come incompleta, egoista o sospesa nell'attesa: "prima o poi qualcuno ti sceglierà". 

basta con la "lista nozze", facciamo la lista "mollo il lavoro"

In un’epoca in cui le traiettorie di vita si fanno sempre più plurali e soggettive o almeno sembra così, dovrebbe essere fondamentale ripensare le forme del riconoscimento sociale. Perché non celebrare chi ha superato un percorso di studi faticoso, chi ha aperto una propria attività, chi ha scelto il coraggio della terapia, chi ha deciso di prendersi cura di sé? Perché non normalizzare le cerimonie per i cambiamenti di carriera, per traslochi importanti, per nuove scelte di vita consapevoli? Carrie Bradshaw dai lontanissimi anni Novanta (era la sesta stagione) ci lanciava già la palla: possiamo cambiare le regole del gioco.